24 set 2016

Tomba Brionvega (Treviso) - 3a parte

Tomba Brionvega 24 09 2016 N1

Qui trovate la 1a parte del post e qui la 2a parteTomba Brionvega 24 09 2016 N2

Testi tratti da: bibliotecaltivole.it e scritti da Guido Pietropoli (allievo di Carlo Scarpa)
A distanza di trent'anni dalla morte di Carlo Scarpa (Sendai, 28 novembre 1978), il cimitero Brion di San Vito di Altivole non è passato sotto silenzio: quest'opera, assolutamente rara nel panorama dell'architettura moderna, è costantemente nel fuoco della critica d'arte internazionale ed è visitata ogni anno da migliaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo.
Sempre più esso appare un denso testo poetico che può essere letto da persone di qualsiasi estrazione culturale e ceto sociale.
L'esperienza di questi luoghi fa emergere molteplici angolazioni di approfondimento, apre sentieri che invitano alla riflessione sui temi esistenziali, indirizza il visitatore verso la conoscenza del sacro attraverso i simboli, regala bellezza con frasi ricche di umanità e generatrici di semi di intelligenza del cuore.
Al ritorno dalla visita del cimitero Brion resta nell'animo il desiderio di approfondire i significati di questa architettura, di conoscere le fonti del suo processo ideativo, di immergersi nello spessore culturale e umano dei suoi committenti e di Carlo ScarpaTomba Brionvega 24 09 2016 N3Tomba Brionvega 24 09 2016 N4

Carlo Scarpa amava profondamente questo paesaggio veneto che la pittura antica gli aveva mostrato e del quale egli stesso godeva dalla sua residenza di Asolo.
Dai primi 68 mq individuati come necessari all'inizio, si arrivò nel 1969 a 2.400 mq di terreno agricolo a forma di "L" lungo i lati est e nord del recinto quadrato del cimitero di San Vito di Altivole.
Era una dimensione straordinaria per una tomba di famiglia e ciò dovette forse impensierire l'architetto, tanto che egli dichiarò di aver avuto più volte il dubbio che sarebbe stato sufficiente mettere a dimora mille cipressi (conferenza di Madrid, giugno 1978), senza realizzare alcun manufatto.
Il cimitero Brion impegnò Scarpa per due lustri e fu da lui assiduamente seguito nella realizzazione; "è l'opera che visito più volentieri perché nelle altre mie vedo solo errori e difetti" ebbe ad affermare.
L'intenzione che sta alla base della concezione del cimitero è quella di raccontare con le forme dell'architettura e del paesaggio circostante l'avventura umana del legame d'amore di due coniugi; essi sono certamente Giuseppe e Onorina Brion ma, in ragione della intenzionale anonimità dell’opera (solo i sacelli di marito e moglie portano i rispettivi nomi), il racconto della loro vita sorretta dall' amore coniugale, è mutuabile con tutte le coppie che hanno vissuto un'unione felice.
Pochi mesi dopo la richiesta di Onorina e Ennio Brion, Carlo Scarpa illustrò il progetto con un modellino architettonico (ora conservato presso il Royal Institute of British Architects nella sede del Victoria & Albert Museum di Londra) che si discosta molto poco dal manufatto che è possibile visitare.
Non è dato sapere con quali parole Scarpa espose le sue intenzioni ai committenti ma è certo che la soluzione incontrò immediatamente la loro approvazione dato che il cantiere si aprì nella primavera del 1969.
Nel prosieguo delle fasi costruttive la presenza dei Brion fu discreta e paziente se si tiene conto che la realizzazione richiese due lustri; a causa della morte di Scarpa a Sendai, l'opera non può a tutt'oggi dirsi compiuta.
Il modello in legno presentava il cimitero esistente contornato dall'ampio terreno a forma di "L" racchiuso verso l'esterno da un muro di cinta inclinato di 60° rispetto alla linea dell'orizzonte; al suo interno 5 edifici, così come noi li possiamo ammirare oggi: una lunga costruzione all'ingresso dal cimitero del paese (i propilei); alla sua destra, una vasca d'acqua con un padiglioncino; a sinistra, un arco/ponte con le tombe dei coniugi Brion, verso nord una cappellina addossata al muro di cinta e per ultima, una chiesetta di forma cubica sul braccio della "L" più prossimo al lato d'ingresso dalla strada.
Assieme al modello conservato a Londra, Carlo Scarpa ha lasciato circa 3000 disegni (tra tavole esecutive, appunti, schizzi di lavoro ecc. conservati presso l'Archivio di Stato di Treviso in un'apposita sezione); esse consentono di ripercorrere il particolare processo ideativo, sono di grandissimo interesse per la critica architettonica e sono consultati da studiosi di ogni parte del mondoTomba Brionvega 24 09 2016 N5Tomba Brionvega 24 09 2016 N6Tomba Brionvega 24 09 2016 N7Tomba Brionvega 24 09 2016 N8Tomba Brionvega 24 09 2016 N9Tomba Brionvega 24 09 2016 N10Tomba Brionvega 24 09 2016 N11Tomba Brionvega 24 09 2016 N12Tomba Brionvega 24 09 2016 N13Tomba Brionvega 24 09 2016 N14Tomba Brionvega 24 09 2016 N15Tomba Brionvega 24 09 2016 N16Tomba Brionvega 24 09 2016 N17Tomba Brionvega 24 09 2016 N18Tomba Brionvega 24 09 2016 N19Tomba Brionvega 24 09 2016 N20



L'architettura è un'arte che coinvolge la totalità dei sensi del visitatore grazie all'uso sapiente dei materiali, delle forme, delle proporzioni e, non ultimo, alla particolare condizione situazionale in cui egli è posto al suo interno; essa stabilisce precisi rapporti con il paesaggio circostante e con la volta celeste in ragione delle particolari scelte di orientamento che l'architetto ha in essa operato.
Fin dall'inizio Carlo Scarpa condivise l'ingresso da ovest verso est, già presente nel cimitero ottocentesco di San Vito di Altivole, confermando esplicitamente il valore simbolico del viaggio che compie colui che, visitando i propri morti, muove da occidente verso oriente, per ricercare la sorgente della luce e della vita.
Dalla linea orizzontale della campagna il cimitero emerge con una silhouette allungata nella quale si possono distinguere le forme svettanti dei cipressi e il volume della chiesetta.
Esso si presenta all'esterno come una sorta di cittadella realizzata in un unico materiale (il calcestruzzo impresso dalle tavole delle casseforme lignee), racchiusa da un insolito muro di cinta inclinato; le costruzioni al suo interno sembrano affiorare per effetto di un sollevamento del terreno; così la quota interna del cimitero Brion è sensibilmente più alta della quota della campagna circostante.



I Propilei
Vi sono due ingressi dalla strada ma converrà prendere quello che attraversa centralmente il cimitero di paese e si presenta come un ampio portale che ha sulla parete di fondo il motivo dei due anelli che si intrecciano; questo edificio in calcestruzzo, dalla facciata asimmetrica ha sulla sinistra una parete/pilastro che termina con una mensola e, sulla destra, un setto verticale, modellato con sagome a gradoni regolari che rappresentano il leit motiv di tutta l'opera. Alle pareti sinistra e destra del portale d'ingresso (i propilei) sembra ragionevole attribuire la connotazione simbolica della bellezza e della forza; analogamente i due anelli intersecantisi, visibili all'interno, presentano i colori rosa/femminile ed azzurro/maschile nella stessa posizione.
La sepoltura dei coniugi è annunciata da uno squarcio del muro di cinta che separa il vecchio dal nuovo cimitero e dal quale si vede l'arco che copre i due sacelli.
L'ingresso ai propilei era originariamente velato dai rami di una particolare conifera, che morì in una invernata particolarmente rigida alla fine degli anni '80 (ora ripiantata); così si entrava scostando i rami pungenti del sempreverde, a segnalare il passaggio in questo luogo "altro".
All'interno dei propilei, una duplice scala di 5 o 3 alzate conduce alla quota del prato interno e ad un lungo corridoio che porta in due opposte direzioni; a sinistra, verso la tomba dei due coniugi e a destra ad uno spazio esterno che non è ancora possibile identificare.
La doppia scala si presenta fortemente slittata verso sinistra, a suggerire di iniziare il viaggio all'interno del cimitero girando dalla parte del cuore, verso gli affetti più cari.
Se si esce sul prato ad est attraversando direttamente uno dei due anelli e ci si rigira all'indietro per riguardare la facciata, si può constatare come le tessere di mosaico rosa e azzurro decorano anche l'esterno dei cerchi nella stessa posizione dell’interno (rosa a sinistra e azzurro a destra); in questo modo ciascun anello porta su di sè entrambi i colori, quello femminile e quello maschile.
Il passaggio tra il vecchio e il nuovo cimitero avviene attraverso questo lungo edificio, che è una sapiente modulazione di luci ed ombre, altrimenti non giustificabile sul piano funzionale (il suo tetto non protegge il visitatore dalle intemperie) e che trova il suo significato nella volontà di segnalare un preciso stacco tra il mondo esterno e quello dell'hortus conclusus dello spazio Brion.
La copertura dei propilei è interrotta in più parti per lasciare passare lame di luce e cadute d'acqua che rendono sonora e drammatica l'esperienza di questo spazio durante gli improvvisi temporali estivi, come ha ben mostrato l'opera filmica del regista Riccardo de Cal (Riccardo de Cal, Memoriae causa, DVD realizzato per conto della Fondazione Benetton, Treviso 2007).
Analogamente, sulle due testate - quella verso la vasca d'acqua e l'altra verso la tomba dei coniugi - vi sono scintillanti tessere di mosaico giallo verde (la prima) e giallo oro (la seconda), come se il cemento si animasse di corruschi bagliori e lampi.
L'edificio ha una sua sonorità particolare; il rumore dei passi si smorza procedendo verso l'arco tombale mentre il rimbombo sotterraneo è accentuato camminando nella direzione della vasca d'acqua.

L'Arcosolio
Il ponte/arco/pensilina curva che copre i sacelli di Onorina e Giuseppe Brion è stato costantemente denominato arcosolio da Carlo Scarpa, con un chiaro riferimento alle sepolture catacombali dei primi cristiani; questo particolare arco - spesso decorato da affreschi nella lunetta e nell'intradosso - era usato per defunti di alto rango.
Nel caso dell'arcosolio di Brion, si può parlare di una sorta di ponte/arco lanciato sopra i due sacelli collocati al centro di una lente circolare ribassata rispetto alla quota del prato circostante.
Quattro costolature in calcestruzzo sostengono due ali laterali che vanno rastremandosi verso l'esterno e conferiscono eleganza e leggerezza al manufatto. Tra le costolature più interne, alcune lastre traslucide di alabastro fanno cadere una luce diafana sui due sacelli sottostanti.
I due congiunti sono collocati fianco a fianco nella stessa posizione dei colori rosa e azzurro (Giuseppe Brion a destra e Onorina Tomasin a sinistra) all'interno di due sarcofagi con base in marmo bianco statuario di Carrara e cassa in granito violaceo lavorato a fiamma, doghe di ebano e ottone marino.
I prismi di ogni sacello sono deformati in forma romboidale, così da convergere verso la chiave della volta; la loro base in marmo bianco non è piana ma a forma di lente a suggerire una possibile oscillazione/attrazione reciproca.
La parte superiore che racchiude i feretri è rivestita in doghe di ebano e i due prismi romboidali sono così vicini da consentire il passaggio tra di essi di una sola persona.
Sul pavimento, una fascia di due strisce di tessere quadrate bianche e nere ricorda che la via dell'amore è la sola possibile per lasciare a destra e a sinistra gli affanni della vita. L'arco è sollevato dal terreno grazie a quattro appoggi in acciaio inossidabile e il suo intradosso è decorato con tessere di mosaico disposte a disegno di croci nei colori verde, blu cobalto, oro e argento.
Il percorso verso l'arcosolio è guidato da un ruscelletto lineare che congiunge il luogo della sepoltura dei genitori alla grande vasca all'estremità opposta dell'edificio dei propilei. L'acqua è alimentata da una sorgiva che gorgoglia in un basso recipiente circolare in calcestruzzo che sversa da una fenditura nel canaletto ad alimentare il grande bacino.
Scarpa soleva ricordare i versi di Paul Valéry " le don de vivre a repassé dans les fleurs"; essi sembrano particolarmente appropriati per evocare il senso poetico di questa sottile linea d'acqua e di luce.
Sull'angolo nord est, dietro l'arcosolio, è messa a dimora una conifera piangente (Picea abies Pendula), dal portamento raccolto su sè stessa e dalla chioma verde/nera.
Questa prefica dolente, sempre presente nei disegni di progetto, fu scelta e posizionata con estrema cura da Carlo Scarpa, che ne volle valutare attentamente l'effetto massivo da molteplici angolazioni prospettiche.

L'Edicola dei familiari
Procedendo verso ovest, si scende nel braccio della "L" che si ricongiunge con la strada di paese e si lascia così il verde prato dal quale si può attingere il panorama della campagna e dei colli asolani senza la presenza delle costruzioni recenti grazie all'altezza calcolata del muro di cinta.
Attraverso una scala quadrata a forma di croce si guadagna una corsia diritta che conduce al porticato d'ingresso alla chiesa; il camminamento è incassato all'interno di un ripiano di verde che contiene la cappellina dei parenti addossata alla parete nord del muro di cinta.
L'edicola dei familiari ha pianta allungata e volume che prende forma dall'inclinazione della cortina esterna dalla quale ha origine; la sua particolare forma la fa assomigliare ad un incappucciato o ancora ad una casa a tetto piano ruotata di 60° sul suo asse longitudinale, come se stesse aprendosi emergendo dal terreno. Per potervi entrare è necessario abbassare la testa; al suo interno, vi sono lapidi con i nomi dei parenti più stretti: alcuni di essi su rocchi di colonne adagiate sul terreno, uno su una pietra tombale prismatica sul lato ovest ; al centro, una stele bicolore di dimensioni significative a forma di prisma trapezoidale è dedicata a Maria Toso, zia di Giuseppe Brion.
Il blocco ha uno spigolo scavato da una sfera virtuale; Scarpa lo aveva pensato per raccogliere una goccia che doveva originarsi con cadenza grave e regolare da un foro all'incrocio delle travi della copertura. L'ampio spazio è attraversato per tutta la lunghezza da una fenditura del tetto che illumina l'interno finito a calce lucida di colore blu/nero, racchiusa in campiture bordate da fasce di calcestruzzo. Il cielo è captato da questo squarcio (templum) che ricorda l'usanza di togliere alcune tegole dalla copertura per permettere alle anime dei defunti di abbandonare le loro spoglie mortali.
All'esterno vi sono due doccioni in bronzo a forma di teste di animali dell'era macchinista che ricevono le acque del tetto e le vomitano sul prato; nella loro autonomia formale di moderne sculture, esse rimandano alle gargouilles delle cattedrali antiche a forma di teste di mostri.

La Chiesa
L'ingresso all'edificio per la liturgia è posto alla fine del portico, che offre sicura protezione dalle ingiurie del cielo, così come è promessa salvezza a chi compie il suo cammino esistenziale nella comunità e nella chiesa. La drammaticità del percorso solitario nei propilei, con squarci d'acqua e bagliori, qui è acquietata.
Sul fondale vi è una grande parete in cemento bianco, ferro e croci ageminate, che può ruotare su un perno divenendo la grande porta d'ingresso all'aula. Essa viene aperta solo in occasione delle cerimonie funebri mentre normalmente viene utilizzata la piccola porta centrale in legno d'ebano con una finestrella verticale.
Superato questo piccolo varco si entra nel nartece; girando lo sguardo indietro, sopra la piccola porta, è possibile notare un'altra lama di luce orizzontale che, componendosi con la finestrella verticale, restituisce una croce a forma di "tau", e cioè una croce con il braccio superiore mancante perché situato nel mondo dell'invisibile. Il piccolo ambiente d'ingresso precede l'aula liturgica cui si accede attraverso una grande apertura circolare a forma di omega; il passaggio al luogo dell'officium defuncti, la chiesa, avviene dunque attraversando il simbolo del compimento ("Io sono l'alfa e l'omega”). La chiesa ha la forma di un prisma cubico ruotato di 45° (in quinconce) rispetto al muro esterno e alle pareti del portico; grazie a questo artificio la costruzione offre un solo diedro al nord, quasi fosse la prora di una nave che vuole solcare le fredde regioni della morte.
L'aula appare molto più grande di quanto non siano le sue misure reali, e ciò grazie all'artificio architettonico di aver posto l'ingresso sulla diagonale del quadrato di pianta. La luce proviene da finestre verticali alte da pavimento al soffitto e modellate da sguinci con undici gradonature. I vetri sono montati con una tecnica raffinata che non lascia vedere il telaio a muro cosicché si ha l'impressione di essere all'interno di un edificio senza serramenti, composto da pareti con superfici plissettate che rendono la luce carica di vibrazioni.
Tutt'attorno vi è una vasca che riflette il sole e la volta celeste; l'acqua rimanda i raggi all'interno con mutevoli variazioni che rimbalzano sul soffitto lucido e si rincorrono con riflessi cangianti come quelli dei canali e delle calli veneziane.
Sull'angolo nord, sotto la cupola piramidale in legno di ebano e di pero, vi è l'altare in bronzo che è investito dalla luce proveniente da un'apertura sommitale; alle sue spalle, in basso, due antoni ciechi si aprono per lasciar vedere la vasca esterna e fare entrare la luce della volta celeste riflessa dall'acqua. Sul lato sinistro dell'altare è appeso un candelabro pendente che può oscillare inondando lo spazio di una luce pulsante; il mistero della fiamma, ormai dimenticato a causa della fissità della luce artificiale, si rinnova nell'affievolirsi e rinvigorire improvviso del fuoco delle candele, così come avviene nei fasti della cerimonia ortodossa, che è strettamente legata a Venezia, porta d'Oriente. Davanti all'altare vi è una lastra di marmo attraversata da decorazioni a strisce bianche e nere e da quattro bolli di bronzo; essa indica la posizione del feretro. Sul lato opposto all'ingresso, con la porta a forma di omega, un varco conduce ad un prato con undici cipressi, destinato alla sepoltura dei religiosi; esso confina con la strada comunale perché la chiesetta è raggiungibile anche direttamente dall'esterno per l'officium defuncti della comunità di San Vito di Altivole.

Il Padiglioncino sull'acqua
Al lato opposto della "L" che accoglie la chiesa vi è una grande vasca con il padiglione della meditazione. Le sue acque sono scure, il fondo è nascosto da intrichi di piante acquatiche e da ninfee. Carlo Scarpa ricercò caparbiamente questo risultato, che poté ottenere dopo molti sconfortanti insuccessi solo verso la fine dei lavori.
Egli non voleva come fondo una soletta di calcestruzzo ma uno strato limoso impermeabile che impedisse all'acqua di trapassare nei sottostanti strati di ghiaia; il risultato fu raggiunto con una spessa lente di argilla.
Quasi contemporaneamente alla soluzione della vasca d'acqua, Carlo Scarpa licenziò definitivamente i disegni del padiglioncino, anch'esso oggetto di numerosi studi, disegni, simulazioni prospettiche.
Il piccolo edificio sorge da una piattaforma di calcestruzzo a pelo d'acqua, quasi galleggiante per effetto dei supporti arretrati.
Il tetto a scatola prismatica è sorretto da quattro colonne di acciaio disposte in pianta a forma di vortice, interrotte a 88 centimetri e poi ricongiunte.
Visto dal prato, esso appare come un baldacchino composto da un velario di pannelli verde scuro ritmati da chiodi di rame e concluso superiormente da una scatola di assicelle di legno impaginate in un disegno di circonvoluzioni prospettiche.
Per accedervi bisogna ripercorrere l'interno del tunnel/flauto orfico dei propilei; più si procede verso la porta di cristallo, più il corridoio si restringe e il rumore dei passi rimbomba amplificato dalla cavità sotterranea.
La porta di cristallo deve essere spinta in basso con tutto il peso del corpo ed essa risale bagnata, richiudendosi alle spalle di chi la supera.
Una passerella a pelo d'acqua piega nuovamente a sinistra (dalla parte del cuore) e conduce in questo piccolo spazio; il soffitto è percorso dalle aste della struttura di sostegno e da pannelli dorati disposti a forma di vortice. L'interno si presenta chiuso tutt'attorno all'altezza dell'occhio, così da obbligare lo sguardo solo in basso verso l'acqua e gli oggetti presenti nella grande vasca.
Restando in piedi questa sorta di "elmo miope" permette di vedere solo “il lago del nostro cuore”, una croce labirintica in mosaico di fronte e, sul lato destro, una grande vasca con piante di bambù nano.
Al centro del velario, una fenditura con un miraglio a forma dei due anelli che si intersecano permette di traguardare le tombe dei genitori; esse divengono così una presenza dolorosa ed angosciante se vissuta nella solitudine, separati dal patire ed amare collettivo.
Ma se ci si siede sulla piccola panca, con gli occhi ora all'altezza del cuore, l'effetto di chiusura visiva è annullato: la terra e il cielo si sono nuovamente ricongiunti, l'occhio può spaziare dalla vasca al prato, all'arcosolio, al paesaggio dei monti dell'asolano. Il sentimento diviene partecipe della condizione umana, la speranza di salvezza dalla morte grazie al compatimento nella comunità e all'amore per i propri simili, può affiorare serena.

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Se consultate la pianta del complesso (vedi punto 9) noterete che in un angolo nascosto ed adiacente al cimitero di S.Vito c'è la lapide del MaestroTomba Brionvega 24 09 2016 N24Tomba Brionvega 24 09 2016 N25

Chi era Carlo Scarpa?
Guardate questo video a lui dedicato


10 commenti:

Claudio ha detto...

Caro Oscar,come mi impongo in ogni occasione,sarò intellettualmente onesto.
Ti confesso di aver letto solo parte dello scritto,tralasciando per prolissità la dettagliata parte descrittiva,anche per il fatto che prediligo le sensazioni "di pancia".
Non loderò per piaggeria,come troppi son soliti fare,accodandomi a pareri "eccellenti" nei confronti dei quali mi sento culturalmente carente.
Non disprezzerò per partito preso,ben sapendo che punti di vista diametralmente opposti al mio sono del tutto legittimi e probabilmente più vicini al vero.
Ammesso che il vero esista nella disciplina di cui stiamo trattando.
Condividerò esclusivamente le mie impressioni.

Il complesso della tomba Brion non mi aggrada.
Sorvolo sul merito etico della realizzazione,già trattato nel primo post.
Non ne apprezzo l'aspetto estetico,forse perchè richiama fortemente lo stile Decò,a me così sgradito,sia per l'esasperata squadratura delle forme sia,forse,perchè non riesco a disgiungerlo dal periodo che lo vide affermarsi,che considero negativo.
Non mi piace il materiale,anonimo ed arido calcestruzzo a vista,che riesce solo ad invecchiare senza avere il pregio di divenire antico.

Lo so,tu vuoi spostare il tiro,giustamente,sull'architetto Scarpa,che a me piace nell'aspetto evidenziato dal video.
Faccio parte (beninteso in altro settore,in periodo più tardo ed a livello ben inferiore) dell'ultima schiera di progettisti che facevano la punta alla matita,e che con essa si compiacevano di "schizzare" un'idea in assonometria,a mano libera.
Apprezzo quindi molto la collaborazione di Scarpa con gli storici vetrai muranesi,in quanto perfettamente in linea con la prosecuzione della più tipica ed eccellente artigianalità veneziana.

Ancora una volta voglio sottolineare il fatto,peraltro del tutto opinabile,che non apprezzo le grandi opere moderne(salvo quelle infrastrutturali),alle quali preferisco nettamente le pregevoli realizzazioni del passato che,ciascuna con le proprie caratteristiche identitarie,ritengo più aderenti alla necessità di bellezza connaturata alla natura umana.
Il mio gradimento si ferma al Liberty,che con le sue armoniose linee curve ed i suoi "colpi di frusta" conserva ancora l'eredità degli stili tipici del periodo d'oro dell'arte occidentale.
E' evidente che le mie opinioni e quelle da esse diverse andrebbero riconsiderate a distanza di tempo,alla luce dell'evolversi della storia dell'arte.
E quindi "ai posteri l'ardua sentenza".

Ciao.

P.s.:Spero che questo scambio di opinioni non resti limitato a noi due.
Pareri od osservazioni,anche brevi,sono graditi.

Geneviève ha detto...

Non aggiungerô nulla alla " prolissità " del commento di Claudio perchè condivido totalmente il suo parere ;perô per la mia prossima scappatina a Venezia , avendo già programmato i dintorni di Asiago ( il paese di Canova visitato attraverso post precedenti ) mi fermerô per curiosità ... Grazie a Oscar che passa al vaglio questa regione del Veneto benedetta dagli Dei e che c' invita a scoprire luoghi su sentieri poco battuti !

Claudio ha detto...

@Geneviève: Ti ringrazio per la condivisione delle mie tesi.
Fai benissimo a voler constatare "de visu" l'insieme del sito in questione.
Mi unisco a te nel ringraziare il blogger per tutto quanto condivide con noi lettori.

Blu Oscar ha detto...

Claudio: come ho scritto in un recente post: " de gustibus non est disputandum".
Ognuno di noi ha i propri gusti e quello che noi riteniamo essere il bello del bello ad altri può' risultare mediocre o addirittura pessimo. Non intendo quindi convincerti che ciò che la matita e il genio dell'architetto poeta ti debba piacere per forza.
Nel tuo commento però scrivi: prediligo le sensazioni "di pancia". Ecco a mio modesto parere non dovremmo mai soffermarci alle impressioni, ma cercare di capire (leggi il testo descrittivo. Saltare la lettura vuol dire non voler comprendere perché un uomo abbia tentato di interpretare un'opera, che gli era stata commissionata, in modo personale e autentico.
Anche lui ha utilizzato il marmo ed altri materiali che tu reputi più' nobili del calcestruzzo, ma quelli.
Quelli erano gli anni in cui i grandi architetti lo utilizzavano per esprimere la loro creatività. Era da tutti ritenuto un materiale "eterno" e Scarpa lo plasma a "gradini" per mostrare a tutti che anche il materiale eterno era stato scalfito dal tempo...perchè nulla resisterà all'eternità.
Scrivi poi: "non apprezzo le grandi opere moderne". E' un peccato...perchè l'arte non si è interrotta, per così' dire, con la fine del Diciassettesimo secolo
Sono andato a visitare questo "cimitero" durante una visita scolastica. Mi è stato spiegato il perché di tutto. Dopo aver appreso sono riuscito ad aprire la mia mente e a non vedere solo un ammasso di calcestruzzo...ma tanta poesia. :)

Geneviève: sarò contento di leggere, dopo la visita, le tue eventuali impressioni. Penso comunque che tu ti riferissi ad Asolo e non ad Asiago...:)

Claudio ha detto...

Oscar: ho sottolineato più volte che sono assolutamente convinto di non possedere la verità,che peraltro nell'arte,forse più che in altri settori,non esiste proprio.
Che ci posso fare,caro amico (e ne abbiamo discusso più volte...), se ritengo che il genere umano abbia già dato il meglio di sè in campo artistico e culturale.
Convengo peraltro con te che in questo settore c'è continua trasformazione e nessuna soluzione di continuità.
E' la nostra personale natura,insieme alla cultura ed al vissuto,che ci indirizza poi nel preferire un certo tipo di espressione rispetto ad altre.
Dove tu hai trovato "tanta poesia",io ho sentito un senso di freddezza.
Tutto questo è assolutamente normale.
Ritengo però che le opere artistiche debbano parlare un linguaggio istintivo ed universale; debbano,in altre parole,emozionarci sin dal primo impatto,dopodichè certamente,lo scoprire in esse il significato di dettagli o messaggi più o meno evidenti,o addirittura subliminali,ci aiuterà ad apprezzarle ulteriormente.
Nel caso attuale questa immediata empatia in me non è scattata e perciò non sono stato motivato ad approfondire.
Con piacere ho constatato che queste mie opinioni sono state condivise da Geneviève con un commento del tutto allineato con il mio.
Ma d'altronde,se a questo mondo tutti ricavassimo emozioni dalle stesse identiche cose,la vita sarebbe anche un pò noiosa e stasera,per esempio,non avremmo avuto il piacere di scambiarci dei pareri,non credi?
Un caro saluto.

luci ha detto...

Andrò anch'io a visitarla prossimamente ma sono indecisa se andarci preparata, come mi sembra suggerisce Blu o "a digiuno", per gustarmi le sensazioni di pancia, come preferisce Claudio. Ci penserò......

Claudio ha detto...

@luci:
Ero certo che una lettrice del tuo livello non si sarebbe sottratta dal partecipare ad un argomento così particolare.
Non sai quanto fa piacere che un altro lettore onori le opinioni esposte,condividendole o meno.
Grazie di aver aderito al mio invito.

Blu Oscar ha detto...

I vostri commenti rappresentano la "linfa vitale" che alimenta questo blog. L'ho ripetuto piu' volte e non mi stanchero' mai di dirlo: senza di essi questo risulterebbe uno spazio pieno zeppo di fotografie ma privo di senso.

Gli ultimi vostri commenti mi spingono a scrivervi queste note che spero vengano accolte senza che nessuno si senta offeso e che anzi vengano lette come un libero scambio di opinioni.

Claudio:
Hai scritto: "Ti confesso di aver letto solo parte dello scritto, tralasciando per prolissità la dettagliata parte descrittiva, anche per il fatto che prediligo le sensazioni "di pancia".

Genevieve:
Hai scritto: "condivido totalmente il parere (di Claudio); però per la mia prossima scappatina a Venezia , avendo già programmato i dintorni di Asolo ( il paese di Canova visitato attraverso post precedenti ) mi fermerò per curiosità"

Luci:
Hai scritto:
"Andrò anch'io a visitarla prossimamente ma sono indecisa se andarci preparata, come mi sembra suggerisce Blu o "a digiuno", per gustarmi le sensazioni di pancia, come preferisce Claudio. Ci penserò......"

Nel primo commento leggo un distacco totale, un rifiuto preconcetto.
Nel secondo avverto un minimo di curiosita'
Nel terzo leggo, cio' che reputo piu' interessante: curiosita' unita al dubbio sulla preparazione alla visione di un'opera.

Premetto che non e' mia intenzione convincere nessuno che questa di Scarpa debba essere vista ed apprezzata da tutti incondizionatamente.
Aggiungo poi che io non sono niente e nessuno e che quello che scrivo sono solo pareri personali.
Lasciatemi pero' precisare che, a mio modestissimo avviso:
Mi spiace citare una definizione copiata da Wikipedia ma ritengo che ben rappresenti quello che sto cercando di dire:
-"L'arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza. Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e "messaggi" soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione (Wikipedia);

-L'arte va vibrare i nostri sensi. Molto spesso ci emoziona, altre volte no, ma non va mai giudicata "di pancia"

-a che cosa servono i libri dedicati all'arte? Le audioguide ai musei? Le app? Le guide turistiche che ci illustrano cio' che stiamo osservando? Gli esperti o gli insegnanti che ci spiegano aspetti degli artisti e delle opere da loro create che noi ignoriamo?
- L'arte non sempre e' immediatamente interpretabile. Talvolta richiede uno sforzo, una propensione a vedere con occhi diversi, una certa curiosita', un voler vedere oltre.

Claudio ha detto...

@Oscar:Credimi,non ho rifiuti preconcetti per alcuna forma d'arte(mi considererei un tapino),ma solo preferenze,e d'altro canto non mi sento personalmente per nulla offeso dalle tue risposte;anzi,il fatto stesso che tu prosegua a puntualizzare dimostra che tieni molto al parere dei tuoi lettori,altrimenti lasceresti correre.

Per mia natura,che peraltro in non poche circostanze mi fa anche soffrire,filtro ogni evento secondo le emozioni (troppe) che mi suscita.
E per quanto mi riguarda,l'approccio con le opere d'arte avviene con la seguente sequenza cronologica: visione/emozione/interessamento(attraverso gli strumenti che tu indichi ed altri)/studio/ulteriore comprensione dell'opera/nascita di una passione per il genere(eventuale).
Dal tuo canto,credo,queste fasi,che ritengo tutte essenziali,hanno solo una diversa collocazione d'ordine tra di loro.
Come si dice per altri contesti "invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia".Per fortuna.
Tutto questo è meravigliosamente normale e positivo.
Ognuno ama a suo modo,certe cose e non altre,per ragioni spesso imperscrutabili.
Basta saper amare,nel senso più ampio del termine.
Altrimenti che vita sarebbe?
Ti saluto,con amicizia.

Claudio ha detto...

P.s.: Oscar,una precisazione,anche se oramai ho la netta sensazione di apparire,e forse di essere davvero,noioso e stucchevole.
La cosa riguarda il termine che più sembra averti colpito negativamente,ovvero il termine "di pancia".
La scienza medica ha ormai da tempo assodato inconfutabilmente che cervello ed intestino (che si suole più prosaicamente definire appunto "pancia") sono più strettamente interconnessi di quanto si possa credere; non per nulla,il nostro apparato digerente viene definito anche "secondo cervello".
Da ciò si evince che in alcuni individui più di altri forniti di un certo tipo di sensibilità,il dolore,lo stress e le emozioni vengono somatizzate nell'addome.
Ora,per questo,parlando di pancia,faccio riferimento a quel coacervo di sensazioni che,chissà perchè,possono spingerti,lasciarti indifferente o addirittura provocarti avversione nei confronti di un qualcosa.
Oscar,la mia pancia sono io.

Scusami se sono riuscito ad essere pedante,ma chiarire il mio punto di vista senza offendere nessuno è anche il mio intento.
A presto.

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