05 ott 2010

Le Scuole di Venezia (introduzione)

A Venezia non ci fu mai un Monte di Pietà (al tempo della Serenissima s'intende), nè una struttura ospedaliera statale permanente, in grado di offrire ricetto a poveri e ammalati e recuperarli alla società avviandoli al lavoro, secondo l'esempio olandese tanto ammirato da parte dei nostri ambasciatori seicenteschi, come Giorgio Giustinian nel 1608 o un Girolamo Trevisan nel 1620. Ho detto Statale, escludendo dunque istituzioni private o semiprivate di origine tardomedievale sorte grazie a lasciti di singoli testatori laici, come la Cà di Dio o l'ospedale della Pietà, oppure quelle cinquecentesche degli Incurabili, dei Mendicanti o delle Zitelle; e cosi' per tutta la seconda metà del Settecento si discusse in Senato l'istituzione di un "Albergo dei poveri", ma non se ne fece nulla.
Eppure Venezia era un porto frequentato da varia umanità che proveniva da ogni luogo del Mediterraneo e dell'Europa: era una città di 140.000 anime, c'erano ebrei, greci, turchi, francesi, inglesi, tedeschi che producevano ricchezza, ma anche sacche di povertà ed emarginazione.
Perchè dunque Venezia nei secoli XVII e XVIII, non imitò l'Olanda, non segui' l'esempio dei paesi piu' avanzati?
Io credo che una possibile risposta consista nel fatto che la città disponeva, da tempo, di una valida rete di ammortizzatori sociali, se cosi' possiamo chiamarli.
In altri termini, e lo si è accennato giusto qualche riga sopra, Venezia disponeva già di una vasta rete assistenziale, sedimentata nella città attraverso i secoli e risalente al Medioevo.
Insomma: queste strutture qui in laguna esistevano già da un pezzo e si erano, per cosi' dire, incarnate nello stesso tessuto urbano, nell'economia e nella psicologia della società veneziana.
Ed erano una miriade, prime fra tutte le Scuole che però, si badi, solitamente non si occupavano dei vagabondi, disadattati, o malati gravi o delinquenti o prostitute, ma di persone rispettabili e di provata devozione.
Secondo la definizione di Brian Pullan, la Scuola a Venezia era "un'associazione religiosa governata da funzionari laici elettivi", istituita per la devozione e il culto di un santo, nonchè per la mutua assistenza dei confratelli e la loro sepoltura religiosa". Gli aderenti erano legati tra loro da vincoli che nascevano dalla prestazione del giuramento di osservare lo statuto (Mariegola), vincoli simili a quelli che legavano tra loro i componenti della famiglia, sicchè la Scuola era in qualche modo l'equivalente di una "famiglia artificiale".
Esse si dividevano in due grandi categorie, anche se i loro limiti non erano sempre nettamente distinguibili: le Scuole Piccole e le Grandi. Le piccole tendevano soprattutto a raggruppare appartenenti alla stessa corporazione di mestiere (Arti) o (ma eccezzionalmente e per periodi limitati) minorati fisici, come le Scuole dei "orbi" a Sant'Angelo e quella dei "zotti" a San Samuele; le Grandi invece riunivano soggetti impegnati in mestieri diversi, per cui rivestivano un piu' spiccato carattere devozionale.

Da chi erano controllate e come funzionavano queste Scuole? Esse, pur essendo organizzazioni devozionali, non riunivano ecclesiastici, ma esclusivamente laici: solo in un secondo tempo vennero ammessi sacerdoti per la celebrazione della Messa e altri servizi di culto. Inizialmente, e fino al XIV secolo, delle Scuole potevano far parte solo cittadini non appartenenti al patriziato, in seguito furono ammessi anche i nobili, ma solo in qualità di soci onorari. Tali confraternite rappresentavano, dunque, forme associative popolari particolarmente importanti per gli stretti vincoli di solidarietà che univano i loro iscritti. Da qui l'attenzione che il governo rivolse loro, impegnando nel controllo sia la Giustizia vecchia, sia i Provveditori di Comun, sia, infine, il Consiglio dei Dieci, che nel 1360 stabili' che nessuna Scuola potesse essere fondata senza la sua approvazione e periodicamente nominava speciali commissioni per indagare sulla loro organizzazione e buon funzionamento. Inoltre, tra la fine del '400 e gli inizi del '500, è ancora il Consiglio dei Dieci che vara una serie di provvedimenti volti a escludere il clero da ogni carica amministrativa o governativa delle Scuole, in quanto legato al Papa e quindi a una presenza esterna; pertanto non sembrava opportuno che la Santa Sede avesse la possibilità di mettere mano sulle ricchezze delle confraternite veneziane (nella sua Istoria dell'Interdetto), Paolo Sarpi avrebbe attribuito l'avversione di Paolo V nei confronti di Venezia anche al fatto che il governo marciano aveva escluso completamente il clero da ogni carica pubblica).
Ecco allora che la Scuola di San Rocco stabilisce, nel 1536, che il cappellano "debba obbedir il magnifico missier lo Guardiano", e nel corso della crisi dell'Interdetto (1606-1607) le confraternite si prodighino per diffondere le teorie sostenute dallo Stato contro il Papato, sostenendo la separazione del potere temporale da quello spirituale: del resto, è nota la "fedeltà incrollabile" dei veneziani ai loro governanti laici piuttosto che alle guide spirituali. Sotto questo aspetto, le Scuole potrebbero essere definite come autentici veicoli della religione di Stato; ma si sa, in laguna pare che San Marco fosse piu' popolare di Gesu' Cristo...
Un cenno anche alla struttura di queste Scuole. Ognuna di esse nominava annualmente dei funzionarti, detti Degani, in numero di due per ogni sestiere, che erano responsabili della presenza dei fratelli della loro zona alle cerimonie religiose. Dal 1355 erano ammessi alle Scuole anche dei medici, senza compenso, ma compartecipi del patrimonio spirituale della confraternita. Quanto poi al governo di queste strutture assistenziali, esso era affidato a un comitato di sedici "fratelli" detto "Banca" o "Guardian Grando e compagni" (Guardiano, Vicario, Guardian de Matin (organizzava e guidava le processioni dei flagellanti, che originariamente si svolgevano al mattino), Scrivano e dodici Degani).
L'assemblea di tutti i membri effettivi costituiva poi il Capitolo, che di regola veniva convocato quando si trattava di modificare lo Statuto o di vendere proprietà della Scuola o compiere altre operazioni finanziarie, come prendere denaro a prestito. All'interno della Scuola si distingueva tra confratelli ricchi e poveri; i primi erano tenuti a versare un contributo, gli altri no; variava pure, in ragione dei mezzi a disposizione, la cosiddetta "tassa d'entrata" (circa 3-5 ducati); con questi soldi si provvedeva, per chi avesse fatto parte della Banca e si trovasse sprovvisto di mezzi, a contribuire alla dote delle figlie e alla sepoltura gratuita nelle tombe della Scuola. Inoltre il ricorso ad ammettere un maggior numero di membri, per disporre della liquidità economica derivante dalle tasse di iscrizione, poteva servire alla confraternita per affrontare eventualmente spese straordinarie: nel 1535 la Scuola di San Marco iscrive cinquanta membri in soprannumero per abbellire la facciata della sua sede con lo splendido portale di porfido, opera di Pietro Lombardo. Ci avrebbe pensato poi la peste del 1576-77 a risolvere il problema del sovraffollamento delle Scuole; nello scalone della Scuola di San Rocco c'è un'iscrizione che attesta la morte, nel corso di tale durissima congiuntura, di circa quattrocento confratelli.
Quanto alla struttura architettonica, alla fine del XV secolo tutti gli edifici delle Scuole presentavano una pianta simile, distribuita su due livelli. Al piano nobile erano situate le due stanze principali: la "Capitolare", chiamata anche sala maggiore o di riunione, e l'albergo. La capitolare era generalmente dotata di un altare; nell'albergo, piu' piccolo e raccolto, usualmente il primo ad essere decorato, i sedici della Banca sbrigavano le incombenze amministrative e organizzavano le cerimonie devozionali. Il piano terra consisteva invece in un ampio salone a colonne a scopo funzionale, piu' un deposito dove conservare le reliquie per le processioni e lo spogliatoio ove indossarre le "cappe".
Ovviamente, le confraternite si facevano carico di tutelare la moralità, e ancora nel XVI secolo le Scuole Grandi tenevano viva la pratica della flagellazione pubblica, come testimonianza di pentimento; ma a questo proposito bisogna fare attenzione, perchè allora la percezione dei doveri, la sensibilità spirituale erano diversi dal nostro comune sentire. Non era infrequente, ad esempio, che un membro del Consiglio dei Dieci, il quale non si sarebbe mai sognato di mancare ai riti con cui i confratelli accompagnavano a morire sul patibolo qualche condannato; quello stesso senatore, dicevo, magari sei era scordato di far liberare un galeotto che egli aveva fatto incarcerare e che aveva da un pezzo terminato di scontare la sua pena: in questo caso, evidentemente, la pietà prevaleva sul dovere, il sentimento religioso sull'esercizio del diritto.
Occasioni di moralità diventavano anche le processioni, che-come è noto- erano in realtà cerimonie pubbliche volte a esibire la ricchezza e la devozione della città; si pensi alla grande tela dipinta nel 1496 da Gentile Bellini, originariamente dedicata alla decorazione della Scuola di San Giovanni Evangelista e ora alle Gallerie dell'Accademia, lunga quasi sette metri e mezzo e intitolata "Processione a San Marco", in cui si vede il lungo corteo di tutte le confraternite uscire dalla Porta della Carta di Palazzo Ducale e snodarsi a contornare la Piazza. Successivamente, l'aumentata ricchezza conseguente ai lasciti testamentari, e abilmente incrementa attraverso la prassi dei prestiti allo Stato (peraltro in parte obbligatori) o mediante capitali di livello (sorta di mutui ipotecari) accordati a comunità, enti, privati, tende a spostare l'accento non piu' sugli aspetti devozionali e penitenziali, ma sullo sforzo e lo splendore della Scuola. Questo processo diventa particolarmente evidente tra il XV e XVI secolo, quando ogni confraternita porta in processione le proprie reliquie, come il corpo di San Rocco o l'anello di San Marco o il cappello del cardinale Bessarione; Sanudo elogia proprio la Scuola di San Rocco per l'ingnegnosa rappresentazione di scene bibliche durante le processioni, che forse prefiguravano le grandi serie di tele di analoga ispirazione con cui, circa settant'anni dopo, Jacopo Tintoretto avrebbe coperto i muri e i soffitti nella sede della confraternita.
Quale fosse poi la potenza economica delle Scuole possiamo immaginarlo se pensiamo alle grandiose dimensioni di quella di San Marco, ai lunghi corridoi, al succedersi dei saloni coi soffitti rivestiti, o meglio formati, da tronchi d'albero lavorati: quante centinaia di boschi sono li' racchiusi? Intere foreste delle nostre Dolomiti. Quanto ai quadri, alle opere d'arte, sono andati dispersi.
Come l'intera città, anche le nostre Scuole, infatti, patirono le conseguenze delle depredazioni, che seguirono la caduta della Repubblica nel 1797, ossia il saccheggio napoleonico. Fino ad allora, possiamo dire, esse erano state, assieme al Palazzo Ducale, il piu' ricco scrigno di cicli pittorici narrativi monumentali, un genere artistico tipicamente veneziano; poi furono lacrime.
Solo la sede della confraternita di San Rocco riusci' a salvarsi dalla spoliazione, e l'evento appare per molti aspetti inspiegabile, a meno che non si voglia ipotizzare una non meno provvida, che tempestiva, intercessione del francese San Rocco presso il compatriota Eugenio Beauharnais.
Per tutte le Scuole, meno fortunate, resta la memoria, restano gli edifici a rammentare lo splendore antico e, ma soprattutto, l'esemplare funzione espletata, per secoli, nell'ambito del tessuto sociale veneziano. Esse, come si è visto, pur intrinsecamente basate sul principio di esclusione, costituivano, allo stesso tempo, una aggregazione, una sorta di microcosmo in grado di riunire solidamente ricchi e poveri, professionisti e operai, cittadini e popolani. Erano un elemento di quella sorta di autogoverno con cui la classe patrizia frazionava il suo potere politico, delegandone taluni aspetti alle varie componenti sociali della città; v'erano cosi' le corporazioni di mestiere, gli arsenalotti, i "nicolotti", le congregazioni del clero, le parrocchie dove i fedeli eleggevano il piovano, gli ospedali, i monasteri, le Scuole. Questa parcellizzazione del potere dava ai veneziani l'idea di una certa libertà, quasi un'eredità dell'antica democrazia del Comune medievale in forme autogestite, e contribuiva grandemente a smussare frizioni altrimenti intollerabili.
Si spiega, anche cosi', la tranquillità civile, la pace sociale goduta dai nostri avi per molte generazioni, senza, per dire, le dure contese che nel resto d'Italia avevano contrapposto guelfi e ghibellini, bianchi e neri, Montecchi e Capuleti nei secoli ferrei del Medioevo; il tutto in nome dell'onnipresente protettore San Marco e dell'orgoglio di sentirsi veneziani.
Giuseppe Gullino
Università di Padova
Tratto da "Scuole di Venezia - Storia e attualità"

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