07 ott 2010

Carlo Goldoni


Il teatro di marionette ha rappresentato nel Settecento veneziano una gustosa palestra per esercizi letterari e musicali e un ingegnoso surrogato domestico alle stagioni dei teatri pubblici (e, a quanto pare, lo stesso Goldoni bambino, tra le stanze della sua casa (cà Centanni), si sarebbe divertito con un teatrino fattogli allestire dal padre. Il teatro di marionette ha costituito una sorta di “teatro da camera”, contapposto e alternativo al “teatro da piazza”, cui davano vita gli spettacoli di burattini: si trattava di un teatro piu’ elementare, popolare e rozzo con pochi rudimentali personaggi; veniva rappresentato nei molti “casotti” dei burattini nei campi e nelle vie della città, come si puo’ vedere in dipinti di Longhi e Canaletto. Intermezzi giocosi, favole e fantasie, storie di mostri e ironiche rivisitazioni dei miti hanno costituito il banco di prova di commediografi dilettanti ma anche una produzione “minore” e vistuosistica per autori di testi e musiche. Le marionette settecentesche, che vedete sopra, sono esposte, insieme a tante altre, nella Museo Casa Goldoni e provengono dalla collezione del teatrino posseduto dalla famiglia Grimani a Cannareggio. Raffigurano nobili e servitori, qualche maschera tratta dalla Commedia dell’arte, dame, servette, cavalieri, turchi e militari in un intreccio vivace e curioso, interprete fedele della vita cosmopolita di Venezia nel XVIII secolo.

Ma chi era Goldoni?
Nato il 25 febbraio 1707 (durante il carnevale) a Venezia, da padre medico, scelse gli studi di legge (doveva fare l'avvocato), e si laureò nel 1731 a Padova, a pieni voti.
Non divenne mai un buon professionista: avendo cominciato sin da ragazzo a buttar giu' per divertimento testi teatrali e avendo trovato, a partire dal 1734, chi glieli rappresentasse, s'accorse che il teatro gli poteva dare piu' soldi, maggiori esperienze e maggior fama.
Cosi' nel 1748 chiuse per sempre il suo studio legale e divenne autore stipendiato della compagnia di GIrolamo Medebac. Piu' avanti cambiò compagnia e, nel 1762, abbandono' anche Venezia, la "sua" città, per partire per Parigi chiamatovi dagli attori del teatro italiano.
Al teatro Goldoni diede tutto se stesso: un'anno, il 1750, promise al pubblico e agli avversari (ne aveva tanti, nonostante la sua bonomia) che nel breve volgere di dodici mesi avrebbe scritto 16 commedie nuove.
Ci riusci', e tra esse ci furono La bottega del caffè e il Bugiardo . E al teatro infine, Goldoni diede una nuova vita trasformando e riformando la ormai sterile commedia dell'arte.

La commedia dell'arte (o "all'improvviso" era un teatro d'attori piu' che di autori: avvalendosi di canovacci in cui erano semplicemente fissate alcune situazioni, gli attori improvvisavano le battute dei personaggi, i gesti e i movimenti. Goldoni conobbe da vicino la commedia dell'arte, e scrisse anche dei canovacci per un famoso attore dell'epoca, Antonio Sacchi, grande interprete della maschera di Truffaldino. Ma, a mano a mano che giungeva a maturità artistica, si rendeva conto dei vizi e dei difetti di quel tipo di teatro: la monotomia delle situazioni, l'insterilimento dei personaggi in tipi e maschere sempre uguali da commedia a commedia, la grossolanità e l'impudicizia degli argomenti trattati e del linguaggio usato. Percio' si propose di iniziare una "riforma", facendo ricorso alla vita, che offre all'attento osservatore una varietà infinita di situazioni. In piu', volle ridare peso e importanza alla figura dell'autore. Da allora in avanti la tradizionale abilità a colorire la sua parte già scritta, e non a crearsela. L'inizio della riforma goldoniana si suol datare al 1743, quando fu rappresentata la donna di garbo: negli anni successivi Goldoni, trovata la sua strada, diede alla luce i capolavori del teatro nuovo. Non bisogna dimenticare pero' che Goldoni, facendo crollare il vecchio edificio della commedia dell'arte per erigere quello nuovo e tutto suo, non dimenticò la lezione delle maschere e degli attori "all'improvviso". E' singolare come una delle maggiori testimonianze della commedia dell'arte ci sia stata lasciata proprio da Goldoni il quale, in una commedia tutta scritta, L'Arlecchino servitore di due padroni, ha esaltato questa maschera tradizionale, facendola diventare un vero e proprio personaggio.

Il Goldoni ci ha lasciato, una serie di capolavori, che vanno da La bottega del caffè e Il bugiardo, a La locandiera, a Il Campiello, a Gli innamorati, a I Rusteghi, alla Trilogia della villeggiatura, a Le baruffe chiozote.

Il Goldoni di Venezia dice:

" E’ talmente difficile spiegare il grande piacere di ritrovarmi un’altra volta a Venezia.

Io ho sempre amato questa città.

E’ talmente bella che ci colpisce ancora dopo il confronto con altri paesi.

E’ sempre cresciuto in me questo amore e questa ammirazione, qualunque volta dopo una lunga assenza, fui ritornato a Venezia.

Venezia: una città cosi’ straordinaria che non è possibile farsene un’idea senza averla vista.

Non bastano carte, piantine, descrizioni… bisogna proprio vederla.

Tutte le città del mondo sono piu’ o meno simili fra di loro. Venezia non è simile ad alcun altra.

Ogni volta che l’ho rivista, dopo una assenza prolungata, è stata per me una scoperta nuova.

Organizzando le mie carte e rivedendo le mie conoscenze, potendo percio’ ora effettuare numerosi confronti, io vi ho sempre trovato singolarità nuove e nuove prospettive."


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