11 feb 2010

Introduzione

Il contatto con la porta è la prima relazione fisica che stabiliamo con un edificio. Stringendo l’anello nelle fauci di un leone o afferrando il becco di un’aquila ci mettiamo in gioco in modo diretto con l’edificio stesso. Non è un caso quindi che fin dalla preistoria l’uomo abbia dato agli ingressi grande importanza, associando alla loro necessaria funzione architettonica anche quella finalizzata a scacciare gli influssi maligni.
In particolare, l’uso di porre dei veri e propri mascheroni sulle porte ebbe origine probabilmente dalle maschere rituali che venivano indossate nelle cerimonie religiose in Oriente e in Grecia. Furono i Romani, poi, ad usarli piu’ copiosamente come elemento architettonico: di pietra nei fregi, nelle lunette, nelle chiavi degli archi, nelle fontane, di bronzo sulle porte. Cosi’ continuarono a fare anche i cristiani quando cominciarono a deorare le porte con iconografie sacre. Arrivando a Venezia, non si puo’ che cominciare dalla basilica di San Marco. Qui vi sono due rilevanti testimonianze di arte bizantina: la porta di Leo da Molin (dal nome del procuratore che la ordinò a mestranze bizantine sicuramente prima del 1138) fatta di 48 formelle con figure di santi e otto teste di leoni con anelli nelle fauci e la porta di San Clemente, sempre nella basilica, con borchie e formelle. A San Marco vi sono anche due esempi di porte paleocristiane, risalenti al VI secolo, probabilmete trasferite a Venezia in seguito al saccheggio di Bisanzio durante la Quarta Crociata (1204).
A questi due modelli si ispirò Bertuccio, orafo e fonditore, quando nel 1300 si occupò di fabbricare la porta esterna di sinistra della basilica che è il piu’ antico esempio rimasto di porta in lega di rame fatta a Venezia. Della bottega del maestro Bertuccio è anche la porta a destra. In questo caso sono rappresentati soggetti sia di origine religiosa, sia mitologica: busti di santi, profeti, figure classiche riprese da modelli greci, figure pagane di divinità fluviali.
A Venezia in epoca medievale l’attività di fusione era molto praticata. I fonditori veneziani avevano salda reputazione in tutta Italia, tanto che nel 1332 il maestro Leonardo d’Avanzo fu invitato a Firenze per occuparsi in prima persona della fusione della porta del battistero di Firenze modellata da Andrea Pisano. Occorre però dire che, se già nel Trecento Bertuccio e altri fondevano piccoli oggetti in bronzo, la moda dei cosiddetti “bronzetti” prese piede in Italia soprattutto nel Quattrocento. Durante questo rifiorire della decorazione bronzea di piccole dimensioni ci fu’ piu’ spazio anche per gli ornamenti delle porte e infatti è proprio del tardo Rinascimento che le teste e i maniglioni decorati divennero di uso frequente.
Dalla scuola di Donatello (trasferitosi a Padova nel 1443) uscirono importanti artisti che si dedicarono, tra le altre cose, proprio a bronzi di piccole dimensioni. Per la storia del bronzo veneziano furono poi decisivi la famosa fusione del monumento a Bartolomeo Colleoni di Andrea Verrocchio e l’arrivo a Venezia di Jacopo Sansovino nel 1527.

Sansovino cambio' il volto della città nei suoi luoghi piu' rappresentativi e porto' indubbie innovazioni stilistiche anche nel campo della scultura. Si occupò di porte in bronzo, e anche in questo campo lasciò il segno: su la porta della sagrestia della Basilica di San Marco (alla quale cominciò a lavorare nel 1546). Inoltre Sansovino formò una scuola di grandi maestri del bronzo. Nel 1556 fu pubblicato, inoltre, il De Re metallica, nel quale di decrivono nei dettagli le tecniche e le condizioni di lavoro nelle botteghe metallurgiche.
A Venezia, nell'organizzazione del lavoro di bottega, avevano un peso rilevante le corporazioni di mestieri. Qualsiasi tipo di attività era infatti inserita in un sistema di "arti" che aveva lo scopo di tutelare gli interessi dei diversi mestieri e negoziare i diritti e i doveri della categoria con il governo. Queste arti, denominate in seguito Scuole, erano rette da norme precise (codificate negli statuti, detti mariegole) e avevano una struttura articolata. Il governo della Repubblica aveva un controllo scrupoloso sulle attività economiche in città e, anche tramite le arti, sorvegliava che fossero rispettate le norme stabilite, che fossero armonizzati costi e salari e che le esigenze di mercato e quelle corporative non creassero squilibri e conflitti.
Le Scuole avevano anche scopo religioso e di solidarietà, soprattutto, ma non solo, per gli appartenenti alla stessa arte, in una sorta di mutua assistenza.
In particolare i fabbri, furono tra i primi a unirsi in corporazione. Riferimenti al mestiere vi sono ancora oggi nella toponomastica (Calle dei Fabbri, Calle del Fabbro). La sede della confraternita era nella chiesa di San Moisè e, successivamente, in un edificio a fianco della facciata., del quale rimane solo il portale al civico 1455. L'arte dei favri, come tutte le altre, era divisa in specializzazioni. Tra queste c'era quella dei fonditori di campane e di artiglieria che era quella che si occupava di fusione vera e propria, mentre i fabbri si occupavano di forgiatura. La fusione riguardava soprattutto il bronzo, che era apprezzato per i suoi esiti dettagliati. Il bronzo infatti ha un alto coefficiente di ritiro, cioè tende a gonfiarsi ad alte temperature (aderendo nei minimi particolari allo stampo) per poi contrarsi una volta raffreddato, cosa che permette di staccarlo con facilità dalle matrici.

Per quanto riguarda bronzi (ed ottoni) di piccole dimensioni come nel caso dei mascheroni da porta, i metodi di fusione erano sostanzialmente di due tipi : la fusione "a cera persa" e a "staffa".
Nella fusione a cera persa la figura di cera era plasmata su un'anima di argilla e veniva chiusa, dopo aver modellato dei canali d'afflusso e di scolo, in una forma di gesso. La forma veniva riscaldata finchè la cera si scioglieva e fuoriusciva attraverso i canaletti; poi veniva colato il bronzo che andava a riempire lo spazio occupato precedentemente dalla cera, prendendone la forma. Una volta raffreddato, il pezzo di bronzo veniva liberato dal gesso e lavorato al cesello per eliminare i canali e ripulirne le imprecisioni. Quindi, veniva lucidato con superfici abrasive.
Nel procedimento a staffa il modello (che poteva essere in gesso, in legno o già fuso in metallo) veniva messo in una staffa, cioè in una cassetta, e coperto per metà da una miscela refrattaria di sabbia e argilla che veniva battuta fino a farla aderire perfettamente alla figura. Poi il modello veniva tolto (lasciando la sua impronta nella sabbia), inserito in un'altra staffa, coperto per l'altra metà e tolto di nuovo.. Dopodichè venivano modellati i canaletti e le due staffe, che unite formavano l'intera figura del modello, venivano chiuse insieme. A questo punto veniva colato il bronzo fuso che prendeva la forma dell'intercapedine interna. A raffreddamento avvenuto, la staffa veniva aperta e l'oggetto era pronto per essere cesellato e lucidato.

Fonte: "Sulle Porte di Venezia" di Umberto Franzoi e Daniele Resini - Edizioni Grafiche Vianello

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