15 nov 2009

Souvenir veneziani


L'assessorato alle politiche della sicurezza e dei flussi migratori della Regione Veneto ha redatto, nel lontano 2005, una sintesi sul fenomeno della contraffazione:
Secondo una stima dei ricercatori del Centro Transcrime che fanno parte dell’Osservatorio regionale per la sicurezza della Regione del Veneto, il danno derivante dalla contraffazione all’industria manifatturiera italiana nel 2002 può essere quantificato, prudenzialmente, tra i 12,3 e i 17,8 miliardi di Euro.
Il danno per l'erario invece si aggirerebbe tra 1,2 e 1,8 miliardi di Euro. I primi tre paesi di provenienza di prodotti contraffatti sequestrati alle dogane italiane nel primo semestre 2003 sono Cina (45%), Hong Kong (37%) e Thailandia (14%).
Per quanto riguarda il Veneto, il danno economico causato all’industria manifatturiera dalla contraffazione sarebbe prudenzialmente quantificabile tra i 1,3 e 2 miliardi di Euro, per una perdita d’imposte dirette e indirette alle casse statali tra i 140 e i 200 milioni di Euro.
Alcune ricerche dimostrano una maggiore vulnerabilità alla contraffazione e alla pirateria del mercato italiano rispetto ai mercati degli originari stati membri dell’Unione Europea. Questo è particolarmente evidente per libri, film, DvD, software, occhiali, orologi, piante e semi.
Se si escludono i sequestri di sigarette, nel periodo 2000-2003, i sequestri delle forze dell’ordine alle dogane italiane hanno riguardato in particolare i seguenti beni contraffatti: cd, DvD, audiocassette (14,7% del totale); accessori di abbigliamento, in particolare borse e occhiali da sole (10,4%); giocattoli (3%).
Stima minima e massima dell'impatto della contraffazione sull'industria manifatturiera del Veneto calcolata come perduto guadagno sul valore aggiunto ai prezzi base - Valori a prezzi correnti (milioni di Euro). Anno 2002


Secondo un’Indagine realizzata dall’Ufficio Studi di Unindustria Padova su un campione di 500 imprese manifatturiere su "Le imprese padovane e il fenomeno Cina" emerge che:
- un imprenditore su quattro (24,2%) afferma che la propria azienda è stata danneggiata dalla concorrenza cinese;
-un ulteriore 30,8% ritiene che potrà essere danneggiato in futuro;
-è il sistema moda il più esposto alla concorrenza dei produttori dei produttori cinesi (41,7%), seguono gomma e materie plastiche (36,4%) e metalmeccnico (28,1%);
-fra quanti temono di essere danneggiati, la “sindrome cinese” sale nelle calzature 53,8%), nel comparto meccanico (36,4%), nel legno e arredo (34,1%).
Sotto pressione sono i prodotti chiave del made in Italy, quelli in cui si esporta di più (e dove è più alta l’intensità di lavoro);
-l’impatto sui volumi di vendita: fra le aziende danneggiate, una su cinque (19%) dichiara nell’ultimo anno un calo del fatturato di oltre il 20% per effetto della concorrenza cinese. Per il 30,6% la perdita è stata dal 5 al 20%, per il 28,1% fino al 5%;
-oltre la metà delle aziende (55%) vede come problema la presenza sul mercato dei beni prodotti in Cina, per più motivi, fra i quali spicca la competitività in termini di prezzo, dovuta a una serie di fattori: bassissimo costo del lavoro, assenza di vincoli relativi al rispetto dell’ambiente, alla qualità e alla sicurezza dei prodotti e alla tutela dei lavoratori, disponibilità di una moneta super svalutata (dumping). Per il 73,1% di queste imprese è la concorrenza con prodotti a basso prezzo il problema principale. Questa questione si intreccia con il timore di comportamenti “sleali” da parte dei produttori cinesi, come la presenza di prodotti con caratteristiche molto simili ai propri (33,5%) o contraffatti (24%), il mancato rispetto delle direttive internazionali in materia di tutela dell’ambiente e dei lavoratori (26,2%). Il 15,6% dichiara di aver subito copia del proprio marchio o brevetto.


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