8 set 2009

Manifattura dei tabacchi

In Rio delle Burchielle, poco lontano da Piazzale Roma e dalla stazione ferroviaria, c'è la ex Manifattura dei Tabacchi. Una costruzione che mi ha sempre affascinato in quanto mi ricorda molto le vecchie fabbriche della terra ferma. Fabbriche nelle quali tanta gente, e soprattutto donne in questo caso, hanno lavorato duramente.

Questi "volti", che rappresentano le maniglie del portone di ingresso, da quante mani saranno state afferrate ?



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Le attività connesse alla produzione del tabacco in tutti i paesi sono sempre state considerate una prerogativa dello Stato e sono state svolte in un regime di monopolio per la loro alta redditività. Le manifatture esistenti negli Stati pre-unitari vennero, pertanto, organizzate dal nuovo Regno d’Italia in una struttura centralizzata, la Regia cointeressata, e dal 1884 la lavorazione del tabacco fu gestita direttamente dallo Stato, in specie del Ministero delle Finanze, attraverso la Direzione generale dei Monopoli.
Tutte le fasi della lavorazione erano esercitate fondamentalmente da manodopera femminile, con retribuzione a cottimo: nel 1901 lavoravano nel settore, su un organico di 13.313 unità, 12.044 donne pari al 90.5% del totale, divise in 17 stabilimenti dislocati su tutto il territorio nazionale. La gestione dell’attività ad opera dello Stato si traduceva in un’organizzazione rigida e militaresca, ma anche garantiva, attraverso la presenza di una disciplina legislativa, una tutela per le lavoratrici.
Nel 1887 le tabacchine avevano, infatti, conquistato un orario di lavoro di 8 ore più una mezz’ora di intervallo e 50 giorni pagati di malattia; nel 1904 con il nuovo regolamento la giornata lavorativa era scesa a 7 ore con 1 ora di riposo; erano previste cucine economiche per un pasto caldo, 2 mesi pagati di malattia e la Cassa pensioni. La presenza dei due regolamenti assicurava, dunque, alle lavoratrici, una dignità e sicurezza superiore a quelle delle operaie private, prevedendo un stabilità d’impiego ed una certezza della paga, anche se il salario era sicuramente basso.
Le sigaraie costituivano il cuore insostituibile della lavorazione del tabacco poiché non erano ancora state realizzate delle macchine che potessero meccanizzare le due fasi più importanti della lavorazione: la scostolatura delle foglie del tabacco e la confezione del sigaro. Lavori eseguiti, dunque, manualmente dalle donne, che riuscivano a confezionare circa 100 sigari al giorno.
La lavorazione prevedeva varie fasi. Dopo l’approntamento che consisteva nel ricevere e separare le foglie del tabacco, le operaie procedevano allo spulardamento, nella selezione cioè delle foglie una alla volta e nella pulizia delle stesse con le mani. Lavate e sottoposte a trattamenti chimici in idonee apparecchiature, le foglie venivano scostolate, ripulite cioè dalla nervatura centrale, e confezionate in sigari prendendo un lembo (fascia) della foglia del tabacco, riempiendolo con altri pezzetti di foglia più piccoli, arrotolando e premendo il tutto.
Tutte queste fasi erano sottoposte a rigorosi controlli sulla qualità del prodotto finito (dimensioni, compattezza, peso,...) e sulla quantità del materiale utilizzato poiché le foglie di tabacco per le fasce e per il ripieno venivano pesate prima di essere consegnate alle operaie, si controllava che fossero consumate perfettamente e che non vi fossero sprechi. Le sigaraie lavoravano a cottimo e, quindi, importante era la velocità di realizzazione del prodotto e la destrezza manuale delle donne; esse lavoravano sedute in grandi saloni, in lunghe file parallele.
Negli stabilimenti veniva fatta rispettare una rigida disciplina che impediva di parlare, di finire prima o dopo, di consumare diversamente il tabacco consegnato per le fasce e i ripieni; vigeva, inoltre, una rigida gerarchia da rispettare ed ossequiare: al vertice il caporeparto, rigorosamente uomo, e di seguito le maestre, scelte tra le operaie più anziane ed esperte, al fine di addestrare le sigaraie e sorvegliare il loro lavoro. Le tabaccaie erano sottoposte, inoltre, alle ricevitrici per il controllo immediato del lavoro, alle istruttrici per l’addestramento diretto, accanto alle maestre, delle nuove assunte e alle controllatrici per la pesa e la conta dei sigari.
Il mancato rispetto di questa disciplina comportava richiami e sospensioni che erano registrati nei libri matricola delle operaie. Una ricerca svolta su questi registri disciplinari ha permesso di indagare sulle condizioni di lavoro e sul comportamento tenuto dalle operaie nelle manifatture tabacchi italiane. E’ emerso che, durante la loro attività lavorativa, tutte le lavoratrici, anche le sigaraie più ligie ed attente, furono colpite da punizioni; queste sanzioni, però, si concentravano, in particolar modo, nei primi anni di lavoro, probabilmente al fine di inquadrare le giovani nel sistema gerarchico e “militaresco” previsto. I provvedimenti, che consistevano in sospensioni e, quindi, in perdite di salario, avevano soprattutto uno scopo intimidatorio ed “educativo” e ne era conferma il fatto che le operaie più anziane, per le identiche mancanze, erano colpite con punizioni meno dure.
Esistono casi di donne che, comunque, non riuscirono mai ad adeguarsi al sistema perché incapaci di sostenere i ritmi incalzanti del cottimo, oppure per ribellione e protesta. Veniva punita anche la solidarietà tra colleghe, l’aiutarsi vicendevolmente, il sostegno alle compagne maldestre o ritardatarie. Esisteva, pertanto, una sorta di regime poliziesco, inflessibile in caso di disordini o di scioperi, che avrebbero comportato l’immediato licenziamento delle facinorose. Nonostante queste rigoristiche condizioni di lavoro ed un’organizzazione quasi tayloristica ante litteram, accompagnate da atteggiamenti tesi a reprimere sul nascere forme di collaborazione tra operaie, le sigaraie si caratterizzarono per una maturità politica e per una attiva partecipazione a rivendicazioni di carattere salariale e contrattuale, nonché ad azioni di sostegno a colleghe, anche a costo di sospensioni e licenziamenti.
A lungo è stato dibattuto lo stato di salute delle tabacchine che lavoravano sempre sedute e maneggiavano per l’intera giornata tabacco fermentato respirandone i vapori. Il Ministero delle Finanze realizzò, al riguardo, in materia, delle inchieste nei primi anni del secolo, ma in queste non si ammise che la pur constatata morbilità delle sigaraie fosse collegata al loro lavoro; essa veniva riferita ad una serie di fattori esterni all’attività lavorativa, quali le malsane abitazioni, la scarsa igiene, l’alimentazione insufficiente. L’analisi concluse che “La lavorazione del tabacco non era per se stessa nociva alla salute né delle operaie, né della loro prole”. In realtà, l’elevata morbilità e mortalità delle tabacchine era registrata nei già citati fascicoli di servizio: tubercolosi, disturbi ovarici erano molto diffusi e secondo alcuni studiosi tra le sigaraie si registrava una maggiore dose di episodi abortivi.
(tratto da: http://medea.provincia.venezia.it - "Mestieri da donna" di Angela Frulli Antioccheno.


Manifattura Tabacchi: "Il pattume diventato storia" di Francesca Bellemo
(Tratto da Gente Veneta)
E nel cantiere dell'ex Manifattura Tabacchi a Piazzale Roma spuntano dei ritrovamenti eccezionali, che ci parlano del lavoro e della quotidianità della Venezia del '300. La presentazione del lavoro compiuto dagli archeologi Gianfranco Valle e Vincenzo Gobbo è stata inserita all'interno della IX edizione della "Rassegna di Archeologia.Ricerche e scoperte nel Triveneto e nell'Alto Adriatico" ed è avvenuta martedì scorso alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, primo di una serie di appuntamenti dedicati all'archeologia. Le trace lasciate dalle monache. «Indagando nei tre cortili interni della struttura - spiega Gianfranco Valle - sono stati rinvenuti i resti dell'antico monastero di S. Andrea della Zirada, risalente al XIV secolo Si trattava di un'area umida, paludosa, che è stata via via bonificata dalle monache a partire dalla fine del '400». Tutte tracce del secolare passato, queste, che riemergono perché la Manifattura Tabacchi è, da qualche tempo, un grande cantiere. Vi troverà sede la "cittadella della giustizia", cioè l'insieme delle sedi giudiziarie veneziane, oggi perlopiù dislocate attorno a Rialto e che da tempo attendono una collocazione più attrezzata, comoda e confortevole. Ed è stato proprio mettendo mano all'area dell'ex Manifattura e scavando per sistemare fondazioni e rete dei sottoservizi, che hanno cominciato ad emergere le tracce di valore archeologico. Cosa raccontano gli stinchi di maiale... Man mano che gli archeologi hanno scavato in profondità hanno trovato più strati di bonifica e resti di strutture architettoniche medievali. Nonché immondizia. Ma per l'archeologia l'immondizia può diventare un pozzo di S. Patrizio. «L'immondizia del tempo serviva per imbonire il terreno solido - spiega Vincenzo Gobbo – cioè per "rubare" terra alla laguna. Tutto il materiale di scarto e l'immondizia della città facevano volume e creavano uno strato filtrante, utile per la bonifica». Così, mentre gli scavi archeologici ci aprono uno spiraglio sull'architettura urbana del passato, i ritrovamenti di reperti archeologici possono dirci molto della vita dell'uomo del passato. «Riemergono quotidianità e lavoro - continua Gobbo - a margine della storia ufficiale: grazie all'immondizia possiamo scoprire come vivevano e come lavoravano gli uomini del tempo». «Abbiamo raccolto - dice Valle - 40 casse di ossa. Sembrano proprio stinchi di maiale, anzi, sembrano proprio porzioni di stinco ». Resti di gustosi pasti di mezzo millennio fa, che da pattume si sono trasformati in capitoli di storia. Ci sono anche pezzi di valore artistico. «Numerosi gli oggetti legati al lavoro - prosegue Gobbo - come crogiuoli per la fusione e per il vetro, che apriranno un'interessante finestra sulla storia della costruzione del vetro. Enormi quantità di scarti di fornace, vasetti per le spezie, nonché materiale che testimonia il commercio veneziano con l'area spagnola e frammenti rari di ceramica islamica. Oggetti in metallo, coperchi, piatti, servizi di posate e altri utensili legati alla vita quotidiana e numerosi oggetti in legno, solitamente rari a causa della difficoltà di conservazione. Poi ci sono anche reperti artistici come il bicchiere di vetro, lo stampo per una statuetta raffigurante un Cristo sofferente, statuette a tutto tondo o un bellissimo lampadario in bronzo. E la "Signora dell'Ex Manifattura Tabacchi": una testa scolpita di una donna con acconciatura tipica del '300, che probabilmente faceva parte dell'ornamento di una scala del XV secolo». C'è anche una lapide del I secolo. Uno dei reperti più interessanti è certamente un frammento di lapide, ritrovato tra i materiali di riempimento di una muratura in profondità, che riporta un'iscrizione latina risalente al I secolo d.C. «Tutto questo lavoro ha comportato due anni di ricerche e scavi - spiega Valle - e un rallentamento del cantiere.L'impresa che doveva lavorare all'ex Manifattura Tabacchi si è trovata gli archeologi in cantiere a lavorare. Abbiamo cercato di arrivare ad un'indagine archeologica esaustiva tentando di fare economia nei tempi, come richiestoci dal Comune di Venezia. Ai posteriori la sentenza se ne valesse la pena».«La risposta a questa domanda – conclude Gobbo - la danno i numeri: 40 casse di ossa animali, 53 elementi lapidari, 172 casse di ceramiche, 230 casse di reperti generali, 290 casse di reperti notevoli (cioè quelli che si espongono nei musei) e 6.020 kg di ceramica di cui 51.600 ceramiche analizzabili. Come a dire che ne valeva sicuramente la pena, e questo è solo l'inizio: il vero lavoro di analisi comicerà adesso e ci permetterà di aprire una finestra nuova sulla storia tardo rinascimentale di Venezia»

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5 commenti:

Laura ha detto...

Oscar, troppo divertente! Ho seguito lezioni di karate' ai Tabacchi per due anni, erano cosi' vicini a casa mia, zona Malcanton.

Oscar ha detto...

Hai fatto Karatè ? Stupendo! E' davvero una bella disciplina. Venezia mi piace in ogni sua parte, ma devo dire che ho un debole per le zone meno battute dai turisti e, forse per questo, piu' autentiche.

Luciano ha detto...

Ciao mi chiamo Luciano e per 20 anni, dal 1977 al 1997, fino alla sua chiusura ho lavorato in Manifattura. Chi non ci è mai entrato non sa quale capolavoro si è perso, appena dentro c'e un grande giardino con due magnolie secolar, un ciliegio alto circa 10 metri, un albero di nespole e tantissime piante di rose. L'architettura interna è stupenda, ci sono i soffittoni (così venivano chiamati) dai quali si possono vedere i cortili del carcere di S. Maria maggiore, l'area dell'Italgas e tutto Piazzale Roma. Per noi ex tabacchini la sua chiusura è stata un trauma, non per la perdita del posto dilavoro perchè ce ne hanno dato un'altro, quanto per l'ambiente, dove veramente si attuava il "tutti per uno e uno per tutti". Comunque ormai è andata così, noi lavoratori forse siamo andati in meglio come ambienti di lavoro, ma li dentro habbiamo lasciato la nostra gioventù, la spensieratezza e a follia giovanile. Il ricordo del tempo passato li dentro mi procura sempre un po di nostalgia. Saluti Luciano

Oscar ha detto...

Luciano: ti ringrazio molto per avermi fatto visita ed inserito questo tuo commento che mi ha molto colpito.
Ti garantisco che, pur non avendo mai avuto la fortuna come visitatore di poter varcare quella porta, tutto cio' che racconti tu si sente solo passandoci davanti. Quella fabbrica "racconta" a noi, che la vediamo dall'esterno, storie di vita, esperienze lavorative, amicizie e inimicizie, lavoro duro e impegno. Mi dispiace che oggi sia chiusa. So che probabilmente verrà riutilizzata per altri scopi.
Scrivi "li dentro habbiamo lasciato la nostra gioventù".
Luciano ti capisco, ma il mondo in cui tutti noi viviamo è cosi'. Nessuno riuscirà mai a fermarlo. Dobbiamo "guardare avanti", conservare la memoria del passato e imparare ad apprezzare maggiormente cio' che la vita ci riserverà nel futuro e soprattutto curare noi stessi e i nostri affetti.
Spero di risentirti presto. Ciao.

P.S. la fabbrica in cui hai lavorato per 20 anni è bellissima anche da fuori e mi auguro tanto che chi verrà incaricato di restaurarla ne preservi la forma e ne rispetti le origini.

Luciano ha detto...

Caro Oscar, il mio non voleva essere un ricordo malinconico anzi, ogni volta che ritorno dentro la fabbrica con la mente oppure parlando con i colleghi con i quali ci ritroviamo più volte durante l'anno cercando una qualsiasi scusa per poterci sedere a tavola assieme, mi pervade una nostalgia non triste ma mi scopro sempre a sorridere pensando ai bei momenti passati li dentro. Non so in che maniera posso inserire una foto dalla quale si può evincere il clima che c'era nel reparto dove io lavoravo, la cucina, se mi dici come fare io te la invio. E se riesco a trovare tra i colleghi qualche foto di altri spazi se ti può far piacere ti mando pure quelle. Comunque mi ritengo ancora giovane, alla fine ho solo 56 anni.

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