26 dic 2008

Antonio Canova




Antonio Canova (Possagno, 1º novembre 1757 – Venezia, 13 ottobre 1822) è stato uno scultore italiano, ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo e soprannominato per questo il nuovo Fidia (scultore, pittore e architetto greco antico vissuto ad Atene approssimativamente dal 490 al 430 a.C.).
Viene considerato anche come l'ultimo grande artista della scultura italiana.
Fu soprattutto il cantore della bellezza ideale femminile, priva di affettazioni: basti a tale proposito ricordare le opere ispirate alle tre Grazie e a Ebe, del Museo di Forlì, oppure alcuni suoi capolavori come Venere uscente dal bagno, La Venere Italica e la statua dedicata a Paolina Borghese. La sua arte ed il suo genio ebbero una grande e decisiva influenza nella scultura dell'epoca.
Iniziò giovanissimo il proprio apprendistato e lo svolse esclusivamente nella città di Venezia, distante circa 80 km dal suo paese natale, Possagno.Nella città lagunare iniziò a scolpire le sue prime opere. L'ambiente veneziano fu per il giovane Canova quello della sua formazione. Egli subì, specialmente nel primo periodo di produzione artistica, l'influenza ed il fascino dello scultore del Seicento Gian Lorenzo Bernini, indiscusso maestro dello stile barocco.

Ventiduenne, si trasferì a Roma dove ebbe modo di incontrare e conoscere i maggiori protagonisti dell'arte neoclassica, inserendosi anch'egli in quel clima di capitale della cultura che era la città capitolina del Settecento. Dopo la sua scomparsa, per tutto l'arco dell'Ottocento, per quanto riguarda l'arte della scultura, i critici sono concordi nel sostenere come l'Italia non abbia svolto un ruolo di primo piano nel panorama europeo.

Infanzia e adolescenza
Canova rimase orfano del padre all'età di appena quattro anni. La madre, che si chiamava Angela Zardo, dopo non molto tempo, si risposò con Francesco Sartori e, subito dopo, si trasferì nel suo paese natale, Crespano. Antonio restò a Possagno con il nonno, Pasino Canova, tagliapietre ed anche scultore locale di discreta fama. Questi, avendone capito la vocazione all'arte della scultura, si procurò di avviarlo e guidarlo nei suoi primi passi. La sensibilità di Antonio Canova assorbì questi eventi molto profondamente, tanto da restarne segnato per tutta la vita. Già da ragazzino il Canova dimostrò di possedere una predisposizione per la scultura modellando, con l'argilla di Possagno, opere piccole, ma già bellissime.
È famoso l'episodio che narra di un giovane artista che, verso i sei o sette anni di età, durante una raffinata cena di nobili personalità veneziane nella villa di Asolo del senatore Giovanni Falier suscitò enorme meraviglia fra gli invitati incidendo nel burro in breve tempo, ma già con grande maestria e bravura, la figura di un leone. Il padrone di casa, intuendo le grandi potenzialità artistiche ed il grande talento del giovane, si interessò personalmente del suo futuro, avviandolo allo studio e ad una idonea formazione professionale. All'età di undici anni Canova iniziò a lavorare a Pagnano d'Asolo, non molto lontano da Possagno, in uno studio di scultura di Giuseppe Bernardi Torretti. Furono certamente quelli l'ambiente e la scuola d'arte che fecero crescere artisticamente il piccolo Tonin. Tramite i suoi maestri, i Torretti, Canova ebbe modo di essere introdotto nel prestigioso mondo veneziano, già ricco di molti fermenti artistici e culturali, ma ancora di influenza Rococò. Nella città di Venezia egli approfondì e studiò il disegno, frequentando la scuola di nudo dell'Accademia dove si esercitava, facendosi ispirare dai calchi in gesso della Galleria di Filippo Farsetti.

La bottega d'arte
Nel 1775, diciottenne e in cerca di nuovi stimoli e nuove esperienze, lasciò lo studio dei Torretti e si mise in proprio, aprendo una sua bottega d'arte da dove incominciò l'ascesa artistica che lo doveva rendere famoso, prima a Venezia, nel Veneto ed in Lombardia, e poi, piano piano, in tutta l'Europa. Le prime opere da lui prodotte furono: Orfeo ed Euridice (1776) e Dedalo e Icaro (1779), eseguito per il procuratore Pietro Vittor Pisani. Lasciata da parte l'influenza della scultura settecentesca, s'ispirò alla classicità greca, senza però mai cadere nell'imitazione.

Il trasferimento a Roma
Nel 1779, dopo aver esposto il Dedalo e Icaroalla fiera della Sensa in piazza San Marco a Venezia ed averne ottenuto lusinghieri ed ampi riconoscimenti, decise di partire per Roma e lo fece il 9 ottobre dello stesso anno. Lì, studiò la statuaria antica e frequentò la scuola di nudo dell'Accademia di Francia e dei Musei Capitolini, inoltre ebbe modo di incontrare e conoscere i maggiori protagonisti dell'arte neoclassica e far proprie le teorie artistiche, di "nobile semplicità" e "quieta grandezza" del Winckelmann. Fu facile per lui inserirsi in quel clima da capitale della cultura che fu Roma nel Settecento riuscendo anche a crescere come artista, esercitando per lunghissimo tempo la sua attività ed influenzando altri artisti, quali il forlivese Luigi Acquisti. Proprio da Roma iniziò quel riconoscimento al suo genio ed al suo talento che gli procurò in seguito un successo ed una fama mondiale. A Roma dimorò a Palazzo Venezia e fu ospite dell'ambasciatore veneto Girolamo Zulian appassionato d'arte e grande mecenate di artisti, particolarmente di quelli veneti, dall'architetto Giannantonio Selva, a Francesco Piranesi, al pittore Pier Antonio Novelli, a Giacomo Quarenghi, agli incisori Raffaello Morghen e Giovanni Volpato L'amico Zulian gli fece avere le prime commissioni e, personalmente, gli ordinò le statue di Teseo sul Minotauro (1781) e quella di Psiche (1793),che mostrano come l'artista si impegni a creare forme in cui si incarni l'ideale neoclassico della bellezza, eliminando torsioni, panneggi e tutti quegli elementi eccessivi tipici dell'arte barocca, ottenendo una forma pura, in grado di trasmettere sentimento ed azione, però in "quieta grandezza". Durante il soggiorno romano conobbe la figlia dell'incisore Giovanni Volpato, Domenica Volpato, iniziando un'amicizia ed un rapporto faticoso e molto travagliato. A Roma il Canova eseguirà le sue opere più belle: Amore e Psiche, Le tre Grazie (vedi foto sotto) e numerose altre.

Pittura
Antonio Canova svolse anche l'attività di pittore, ma in questo campo artistico non eccelse, producendo opere che non potevano essere confrontate con lo splendore e la magnificenza delle sue sculture; pertanto, come pittore, fu sempre considerato un artista non di primo piano.

Influenza dell'arte greca
Canova ebbe il grande merito artistico, più di qualsiasi altro scultore, di far rivivere, nelle sue opere, l'antica bellezza delle statue greche, ma soprattutto la grazia, non più intesa come epidermica sensualità Rococò, ma come una qualità, che solo attraverso il controllo della ragione può trasformare gli aspetti leggiadri, e sottilmente sensuali, in un'idealità che solo l'artista può rappresentare evitando le violente passioni e i gesti esasperati. Egli, nella sua arte, aveva studiato come ricalcare le tecniche degli antichi scultori greci; dal disegno (schizzo), idea iniziale di un lavoro, passava al bozzetto in terracotta o, cruda o in cera, materializzando subito la forma reale dell'opera. La seconda fase era quella dedicata alla statua in argilla sopra la quale veniva colato il gesso. Su questo modello venivano fissati i chiodini (rèpere) che, attraverso l'utilizzo di uno speciale compasso (pantografo), servivano a trasferire nel marmo le esatte proporzioni dell'opera in gesso. Alcune di queste opere in gesso, sono oggi pezzi unici al mondo e considerati loro stessi capolavori perché non esistono più gli originali in marmo, andati perduti o distrutti. Tra gli altri il monumento a George Washington, distrutto in un incendio negli Stati Uniti, i busti di Gioacchino Murat e di Carolina Bonaparte, regnanti di Napoli.

Lo stile inconfondibile
Antonio Canova lavorò per papi, sovrani, imperatori e principi di tutto il mondo. Nelle sue sculture era solito adoperare il marmo bianco che riusciva a rendere armonioso, modellandolo con plasticità e grazia, finezza e leggerezza che le sue figure sembravano quasi avere un proprio movimento, vivere nella loro immobilità. Un'altra caratteristica particolare del suo talento era la levigatura delle opere, sempre raffinata al massimo, grazie alla quale i suoi lavori avevano uno speciale effetto di lucentezza che ne accentuava la naturale e splendida bellezza; una bellezza radiosa di purezza, secondo i canoni del classicismo più ortodosso, la rappresentazione della bellezza idealizzata, eterna ed universale. Rari, e per questo molto ricercati dai collezionisti, i disegni, che rivelano un artista totale, dotato di una visione assolutamente personale che anticipava molte delle intuizioni artistiche degli anni a venire. Una grande influenza ebbero su di lui i temi e le letture dei classici della mitologia greca, che era solito farsi leggere mentre lavorava; più di tutte, le opere di Omero. Canova era anche un grande lavoratore, capace di restare all'opera anche 12-14 ore al giorno senza sosta alcuna. Questi particolari sono confermati dalle lettere al suo amico Melchior Cesarotti.

Classificazione delle opere
La classificazione delle opere del Canova può essere effettuata ripartendo la sua produzione in due categorie principali; i monumenti funebri e le allegorie mitologiche.

Monumenti funebri
Fanno parte del primo gruppo i monumenti funebri realizzati tra il 1782 ed il 1819, a:
- Clemente XIII, (Roma, Basilica di San Pietro in Vaticano, 1787 - 1792, marmo).
- Clemente XIV, (Roma, Basilica dei SS. Apostoli, 1787, marmo).
- Stuardi, (Roma, Basilica di S. Pietro, 1817 - 1819, marmo),
- Vittorio Alfieri, (Firenze, Basilica di Santa Croce), 1806 - 1810, marmo).
- Francesco Pesaro, (Venezia, Museo Correr, 1799, marmo).
- Maria Cristina d'Austria, (Vienna, Augustinerkirche, 1798-1805, marmo).
Nella rappresentazione dei monumenti funebri, Canova era solito adoperare lo schema classico, a tre piani in sovrapposizione. Nei monumenti che ideò per i due Papi, Clemente XIII e Clemente XIV, al primo livello sono situate le statue che rappresentano le immagini allegoriche, che stanno ad indicare il senso della morte. Al secondo livello è situata la centralità del monumento stesso; il sarcofago. Al terzo livello, a dominare l'intera struttura dall'alto, la statua che raffigura il Papa. Era questo uno schema consolidato che aveva particolarmente caratterizzato quasi tutta la produzione relativa ai monumenti funebri del Trecento. Nel monumento a Maria Cristina d'Austria invece il Canova, uscendo dalla tradizione, apporta una variazione; in esso egli dà una rappresentazione dell'oltretomba, idealizzata nella rappresentazione di una piramide, verso la quale un piccolo corteo funebre si avvicina nell'intento di varcare la soglia che divide la vita dalla morte. Anche nei monumenti a stele, il Canova si richiama, e ne risulta evidente il riflesso, alle innumerevoli stele funerarie che ci sono state tramandate dall'antica Roma.


Il tema della morte
La rappresentazione della morte nei monumenti funebri fu un tema specifico e caratteristico di tutto il periodo del neoclassicismo; furono molti gli artisti che lo sentirono particolarmente.
Non è infatti un caso se, nello stesso periodo, anche il poeta Ugo Foscolo riaffermava l'importanza dei sepolcri, come memoria del passato e del ricordo dei grandi personaggi che avevano segnato la storia, meritevoli dunque di esaltazione del valore e del riconoscimento delle proprie virtù. A differenza del periodo barocco nel quale la morte era intesa come un qualcosa che dava raccapriccio, funesta e macabra, nell'arte neoclassica era idealmente come il momento culminante della vita stessa.

Soggetti mitologici
Nella rappresentazione di soggetti mitologici si evidenzia, in tutta la sua immediatezza e più ancora che in altre opere, il riferimento palese alla scultura greca ed ellenistica. Le forme anatomiche sono di una perfezione unica, il movimento dei gesti sempre contenuto e misurato, le interferenze psicologiche ed emotive sono quasi sempre assenti o trasformate ed elaborate in una pacata silenziosità. Tutto l'insieme delle composizioni risulta pervaso di un magico equilibrio e staticità. Nella rappresentazione delle opere il Canova sceglie sempre l'attimo scenico essenziale, classico, quello del momento del pàthos; ne è un esempio straordinario il Teseo sul Minotauro. L'artista, anche su suggerimento di Gavin Hamilton, decise di abbandonare la prima idea di rappresentare le due figure in combattimento. A Canova non interessa rappresentare la dinamica della lotta tra Teseo e quella orrenda figura di essere metà toro e metà uomo che è il Minotauro. Egli sceglie un momento diverso, meno dinamico ma più ricco di fascino, d'interiorità; il momento al termine della faticosissima lotta per sconfiggere il Minotauro; vuoto ormai di ogni energia, Teseo, si appoggia sul corpo di quest'ultimo, in un gesto di estrema serenità e prossimo alla pietà. Ed è proprio in quel momento che il racconto esce dalla storia, splende di luce propria e si avvia a diventare mito eterno ed universale. Non è certamente un caso se, proprio con quest'opera, arrivano per Canova la fama ed il prestigio internazionale. Nel 1795, l'artista su commissione di don Onorato Gaetani dei conti di Aragoni, realizzò il gruppo con Ercole e Lica, in quest'opera Canova affronta la rappresentazione dell'azione nel suo pieno svolgimento, rappresentando Ercole mentre scaglia lontano Lica, inarcandosi come un lanciatore di Disco antico, la scena così è contenuta in uno schema circolare che chiude l'azione e la rendono priva di ogni drammaticità.

Napoleone
Nel periodo napoleonico il Canova venne scelto e designato dall'imperatore Napoleone Bonaparte quale suo ritrattista ufficiale. Di lui l'artista eseguì molti ritratti, tra i tanti anche il Monumento a Napoleone I in bronzo che attualmente si trova all'Accademia di Brera. A proposito di questa opera è da ricordare l'aneddoto che riferisce di un Napoleone irritato per l'audacia dell'artista, al punto da rifiutare la statua perché si vergognava di essere stato ritratto nudo, nella personificazione di "Marte il Pacificatore". Il periodo napoleonico fu per Canova un periodo molto fecondo artisticamente, anche se non volle mai diventare l'artista della corte dell'imperatore francese.Uno dei ritratti che il Canova produsse per la famiglia imperiale di Napoleone, ed anche uno dei più famosi e belli, è quello che rappresenta Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, seminuda, semisdraiata su un triclinio romano, con una mela in mano, nell'allegoria di "Venere vincitrice".

Cariche istituzionali
Oltre che esercitare l'attività di scultore, Canova ebbe anche l'incarico della tutela e valorizzazione del patrimonio artistico che lo impegnò per parecchio tempo, compito che gli venne assegnato in quanto capo dell'Accademia di San Luca. Nel 1802 fu inoltre nominato "Ispettore Generale delle Antichità e delle Arti dello Stato della Chiesa". Nel 1815, dopo la disfatta di Waterloo e la caduta di Napoleone, Canova, che si trovava in quel periodo a Parigi in compagnia del fratellastro, Giovanni Battista Sartori, figlio della stessa madre, uno dei suoi più validi collaboratori, che lo seguiva dappertutto e che gli fece da segretario e amico fedele per tutta la vita, si impegnò per ottenere, con Dominique Vivant Denon e attraverso un'abile azione diplomatica, la restituzione ed il rimpatrio delle numerose e preziose opere d'arte che, dietro ordine dell'imperatore, erano state trafugate e trasportate illegalmente in Francia dall'armata di Napoleone. Papa Pio VII, quale segno tangibile di riconoscenza e di ringraziamento per questo suo grande impegno nella difesa dell'arte italiana, gli conferì il titolo nobiliare di Marchese d'Ischia. Intanto la sua fama cresceva sempre di più, in Italia e all'estero ed aumentavano considerevolmente le commesse da tutta Europa.

Morte
Canova si spense a Venezia la mattina del 13 ottobre 1822, mentre si trovava ospite a casa del suo amico Francesconi, in una tappa intermedia del suo viaggio di ritorno a Roma. Lasciò suo erede universale il fratellastro, il vescovo Giovanni Battista Sartori. Il sepolcro che custodisce le sue spoglie è a Possagno, suo paese natale, in provincia di Treviso, dove egli stesso, tre anni prima di morire, nel luglio 1819, si recò personalmente, progettò e fece edificare a sue spese Il Tempio, posandone personalmente la prima pietra.Questo edificio maestoso, dedicato alla SS. Trinità, era una chiesa parrocchiale che sarà portata a termine però solo a dieci anni dalla sua morte. Proprio nel Tempio, sempre nel 1832 e per volere del fratellastro, vennero traslate, come definitiva sede, le spoglie terrene del grande artista dalla vecchia chiesa parrocchiale dove erano conservate dal 1830. In questo Tempio, ideato e voluto dal Canova e che egli volle donare ai suoi concittadini, si trovano tuttora le sue spoglie mortali.

Il suo cuore è conservato all'interno del cenotafio che i suoi allievi gli vollero dedicare a Venezia, in Santa Maria Gloriosa dei Frari, navata sinistra. La sua mano destra verra' collocata vicina al resto del corpo che riposa nel Tempio di Possagno.

Museo "Gipsoteca Canoviana" di Possagno
La casa natale di Antonio Canova in Possagno è oggi diventata un museo che raccoglie la pinacoteca dell'artista (oli su tela e tempere), alcuni disegni, le incisioni delle opere e numerosi cimeli. Accanto alla casa, sorge la Gipsoteca canoviana, un enorme edificio a forma basilicale, voluto dal fratellastro dell'Artista, Giovanni Battista Sartori (1775-1858), e progettato (1836) dall'architetto veneziano Francesco Lazzari (1791-1871) per raccogliere i modelli in gesso (gipsoteca infatti significa letteralmente "raccolta dei gessi"), i bozzetti in terracotta, alcuni marmi che si trovavano nello studio dell'artista a Roma al momento della sua morte. Nel 1826 lo studio romano fu chiuso da Sartori, le opere arrivarono a Possagno dopo settimane di trasporto per terra (con carri trainati da buoi) e per mare. Nel 1853, tutti gli edifici e le collezioni della gipsoteca e della casa furono ceduti da Sartori al comune di Possagno. La Gipsoteca canoviana fu ampliata nel 1957, nell'occasione delle celebrazioni del 200° anniversario della nascita dell'Artista, con una nuova Ala progettata dall'architetto veneziano Carlo Scarpa (1906-1978). A Possagno, nella casa natale, Canova trovò spesso l'ambiente adatto per riposarsi dall'enorme mole di lavoro che gli veniva continuamente commissionata a Roma; si ritemprava all'aria fresca e dolce della sua terra natia. Nei suoi "ritiri" di Possagno, mancandogli il marmo, l'artista si dedicava alla pittura per risollevarsi lo spirito (definiva le tempere, che dipingeva nella "torretta" della Casa, i suoi "ozii"), mentre i Possagnesi erano soliti riservargli feste e "luminarie" quando ritornava a Possagno dai suoi viaggi a Vienna, Parigi e Roma. La raccolta delle centinaia di gessi conservati nella Gipsoteca di Possagno sono la testimonianza di un lavoro continuo e gravoso che Canova profondeva nelle sue opere: le statue canoviane infatti non nascevano quasi mai dalla lavorazione diretta e intuitiva del marmo, ma dopo un metodico e precisissimo studio, dal disegno all'argilla, dal gesso al marmo. Il modello in gesso, in particolare, veniva realizzato con una colata su un "negativo" ricavato dalla precedente opera in argilla; nel gesso venivano applicate le "repère", i chiodini di bronzo tuttora visibili nelle statue di Possagno, che consentivano - con un apposito pantografo - di trasferire le misure e le proporzioni del gesso nel marmo. Inoltre Canova lavorava con i suoi 12 collaboratori che inizialmente sbozzavano la scultura, poi esso la rifiniva con gli ultimi ritocchi, levigando e dando la forma con le ombreggiature adatte. Le sculture sembrano vere perché impregnava la spugna nell'acqua del secchio con i suoi strumenti sporchi la passava sul marmo poroso ed infine ci metteva la cera dando così il colore della pelle. Molte sculture durante dei restauri sono state rovinate perché si pensava fossero sporche.

(fonte Wikipedia)



6 commenti:

Anonimo ha detto...

ciao, sono max da vicenza, cultore come te del Maestro new Fidia, volevo complimentarmi per la tua esposizione e chiederti se puoi correggere questi due punti: nel Teseo vincitore sul Minotauro hai messo le foto di Teseo e il Centauro e dove hai parlato della Mano del Canova , riportare che questa dopo la mostra verra' messa vicino al corpo dell'immortale nel Tempio. maxvf400f@gmail.com

Oscar ha detto...

Ti ringrazio molto per avermi fatto visita e per avermi segnalato l'errore.

Anonimo ha detto...

ciao! il sito è veramente ben fatto. mi è piaciuto molto il modo in cui hai argomentato sul canova.. ho usato alcune tue frasi come spunto per la mia tesina d'esami!spero non ti dispiaccia.. grazie tante :)
eli

Oscar ha detto...

Anonimo: grazie per i complimenti. Come avrai notato anche io mi sono documentato e il testo e' stato tratto da Wikipedia e riadattato. Utilizzalo pure se ti puo' essere utile per i tuoi studi. A presto. Ciao

Fridericus ha detto...

Fidia vive avanti Cristo quindi l'ordine esatto delle date (molto approssimative, ovvio) è 490-430 a.C. Ti sconsiglio vivamente di visionare le voci di wikipedia, sono perlopiù scritte da scopiazzatori folli; ci sono molti saggi brevi e agevoli su Canova scritti in anni recenti.

Federico

Oscar ha detto...

Fridericus: ti ringrazio per la segnalazione. Hai ragione. Questo era uno dei miei primi post (2009).
Nei posts più' recenti non ho più' riportato testi provenienti da questa fonte.

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